FAQ
  • Costituzione
  • Adempimenti e agevolazioni
  • Vita associativa
  • Situazioni “straordinarie”
FAQ

Il servizio Faq-domande frequenti è un’importante risorsa per le associazioni. Le orienta sulle principali e ricorrenti questioni che emergono nel corso della loro esistenza.
Il servizio offre una prima risposta a quesiti generali che riguardano le diverse fasi della vita associativa. 
Le domande frequenti seguono le diverse aree che caratterizzano lo sviluppo di un’associazione: dalla costituzione allo svolgimento della vita associativa, con i diversi adempimenti che la legge prevede, fino all’emergere di situazioni “straordinarie”, fra cui anche l’eventuale scioglimento dell’associazione. 

AREA 1: Costituzione
• AREA 2: Principali adempimenti e agevolazioni connessi all’attività sociale
• AREA 3: Vita associativa
• AREA 4: Situazioni “straordinarie”

Abbiamo scelto di dividere le domande per aree tematiche per renderle comprensibili alle associazioni e perché le regole civilistiche e fiscali sono oggi legate saldamente fra loro nel comporre il quadro normativo, non potendo quindi essere trattate separatamente. 

Costituzione
Cos'è un'associazione?
L’associazione è lo strumento principale tramite il quale si realizza la libertà di aggregazione dei cittadini, sancita dall’articolo 18 della nostra Costituzione.
E’ un ente non profit, cioè senza scopo di lucro, che si caratterizza per i seguenti elementi distintivi:
- l’elemento personale o soggettivo: un insieme di individui decide di unirsi per perseguire un determinato scopo di natura ideale;
- l’elemento patrimoniale: la presenza di un patrimonio è necessaria per svolgere le attività prescelte al fine di raggiungere lo scopo stabilito nello statuto;
- l’elemento organizzativo: un’organizzazione strutturata sembra indispensabile per indirizzare l’attività degli associati al raggiungimento del fine unitario;
- l’elemento teleologico: sottolinea la natura ideale delle finalità associative.

Dal punto di vista civilistico l’associazione si configura come un contratto tra due o più persone che si uniscono per realizzare uno scopo comune alle stesse, impiegando mezzi patrimoniali necessari al raggiungimento dello scopo.
Il tratto che realmente distingue l’associazione dagli altri enti senza scopo di lucro è quindi la presenza degli associati i quali, unendosi, danno vita ad un soggetto distinto, il quale si pone di fronte ai terzi in qualità di unitario centro di interessi.
 
Dal punto di vista fiscale l’associazione è considerata un ente non commerciale: essa si differenzia infatti nettamente dalle società, non potendo avere per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di un’attività di tipo commerciale.  
   
Quali sono i passaggi fondamentali per costituire una generica associazione?
Il primo passo verso la costituzione di una associazione è capire bene che tipo di finalità essa si propone e, in seguito, provare ad elencare le possibili attività che si intende svolgere e per mezzo delle quali sia possibile raggiungere quelle finalità.
Ciò è indispensabile poiché permette di comprendere quale sia la forma giuridica più corretta per l’organizzazione nascente (se essa possa, ad esempio, essere una Organizzazione di volontariato, oppure una Associazione di promozione sociale, una Onlus, una Associazione sportiva dilettantistica, o ancora una “semplice” Associazione culturale).
Una volta individuata la forma giuridica si procede alla redazione dell’atto costitutivo e dello statuto, i quali vanno poi registrati all’Agenzia delle Entrate; non vi è un vero e proprio obbligo di registrare gli atti costitutivi presso l’Agenzia ma ciò è comunque necessario se si vuole usufruire di alcuni importanti vantaggi fiscali che la legge assegna alle associazioni, previsti in particolare dall’articolo 148 del D.P.R. 917 del 1986.
Il procedimento standard per la costituzione è quindi il seguente:
- occorre anzitutto richiedere, gratuitamente, un codice fiscale specifico della nuova associazione all’Agenzia delle Entrate (compilando il Modello AA5/6, - al quale va allegato anche l’atto costitutivo);
- una volta ottenuto il codice fiscale, si va in banca a pagare l’imposta di Registro (200 euro) tramite il Modello F23;
- una volta pagata l’imposta di Registro si acquistano le marche da bollo (da 16 euro l’una), che vanno apposte sulle 2 copie dell’atto costitutivo e dello statuto (la regola è 1 marca da bollo ogni 4 pagine o ogni 100 righe);
- si ritorna infine all’Agenzia delle Entrate a registrare l’atto costitutivo e lo statuto, previa compilazione del Modello 69.
L’ultimo passaggio affinché il procedimento di costituzione possa davvero dirsi completo è l’invio (in forma telematica) all’Agenzia delle Entrate del Modello EAS (Enti associativi), che deve avvenire entro 60 giorni dalla data di costituzione dell’Associazione.
 
Tutte le associazioni devono, all’atto della registrazione, pagare le imposte di registro e di bollo, oppure qualcuna ne è esente?
Non tutte le associazioni devono pagare le imposte di bollo e di registro quando si costituiscono: alcune sono esentate totalmente, altre invece sono esentate solo dall’imposta di bollo. Per riassumere, il quadro è il seguente:
- l’articolo 8 della legge 266 del 1991 stabilisce che le Organizzazioni di volontariato (ODV) non pagano né l’imposta di registro né quella di bollo. Pertanto, il procedimento per la loro costituzione risulta semplificato, potendo queste richiedere all’Agenzia delle Entrate il codice fiscale e registrare immediatamente l’atto costitutivo e lo statuto (senza dover andare in banca a pagare l’imposta di registro);
- le Onlus (iscritte all’Anagrafe unica delle Onlus) pagano l’imposta di registro ma non pagano quella di bollo (e ciò è previsto dall’articolo 27-bis della Tabella allegata al D.P.R. 642 del 1972): esse non appongono quindi le marche da bollo sulle 2 copie dell’atto costitutivo e dello statuto all’atto della registrazione;
- tutte le altre tipologie associative (Associazioni di promozione sociale, Associazioni sportive dilettantistiche, Associazioni culturali) pagano sia l’imposto di registro che quella di bollo. Per esse il procedimento previsto per la costituzione è quindi quello elencato nella risposta alla domanda 1.
Qual è la differenza fra associazione riconosciuta e non riconosciuta?
Il codice civile prevede due diversi tipi di associazioni, quelle riconosciute (disciplinate dagli articoli da 14 a 35) e quelle non riconosciute (per le quali gli articoli di riferimento sono dal 36 al 42).
Le associazioni riconosciute hanno personalità giuridica ed un’autonomia patrimoniale perfetta: ciò implica che dei debiti e delle obbligazioni che l’associazione ha assunto nel corso della propria esistenza risponde solamente la stessa con il proprio patrimonio ma non anche i singoli soci con il loro personale patrimonio.
Le associazioni non riconosciute non hanno invece personalità giuridica ed hanno un’autonomia patrimoniale imperfetta: delle obbligazioni assunte dall’ente risponde non solo quest’ultimo con il proprio patrimonio, ma anche solidalmente e personalmente coloro che hanno agito in nome e per conto dell’associazione (in primis Presidente e membri del Consiglio Direttivo).
Un’associazione che voglia ottenere la personalità giuridica deve obbligatoriamente:
- redigere lo statuto nella forma dell’atto pubblico, avvalendosi quindi dell’opera di un notaio o di un altro pubblico ufficiale autorizzato ad attribuire all’atto pubblica fede;
- avere un patrimonio iniziale consistente (che in Provincia di Trento è stabilito in diecimila euro).
Per un’associazione non riconosciuta non vi è invece nessuno degli obblighi appena menzionati. Per quanto riguarda in particolare la registrazione dello statuto, non è assolutamente necessario andare da un notaio, essendo sufficiente la registrazione presso l’Agenzia delle entrate.
E’ obbligatorio per un’associazione registrare l’atto costitutivo e lo statuto?
Per le associazioni non riconosciute (cioè che non hanno personalità giuridica) non vi è alcun obbligo legale di registrare presso l’Agenzia delle Entrate l’atto costitutivo e lo statuto.
La registrazione è comunque opportuna e fortemente consigliata, anzitutto perché permette di attribuire a tali 2 atti data certa ai sensi dell’articolo 2704 del codice civile, e così poter dimostrare nei confronti dei soci e soprattutto dei terzi che alla data della registrazione è stata costituita l’associazione e che gli associati si sono dati uno statuto di quel contenuto.
 Un altro fondamentale motivo che rende altamente preferibile registrare tali scritture sono i vantaggi che il fisco attribuisce alle associazioni il cui atto costitutivo e statuto siano stati registrati (e che inoltre contengano alcune specifiche clausole, previste dall’articolo 148, comma 8 del D.P.R. 917 del 1986): ci si riferisce in particolare alla detassazione che la legge opera sulle somme che le associazioni richiedono ai loro soci come corrispettivo per partecipare alle attività svolte in diretta attuazione degli scopi istituzionali dell’ente (ad esempio corsi di formazione), la quale si ha solo qualora lo statuto sia stato registrato.  
Per quanto riguarda in particolare le Organizzazioni di volontariato e le Associazioni di promozione sociale, la Provincia di Trento richiede per l’iscrizione nei registri provinciali che l’associazione abbia adottato uno statuto (al cui interno devono essere presenti tutta una serie di clausole specifiche), ma non che questo sia stato anche registrato all’Agenzia delle Entrate. E’ infatti sufficiente richiedere ed ottenere il codice fiscale, e sarà dalla data di attribuzione dello stesso che si considererà costituita l’associazione.
Riassumendo, per ottenere l’iscrizione nei registri provinciali non è quindi necessario aver depositato lo statuto all’Agenzia delle Entrate
L’unico caso in cui la legge richiede la registrazione dello statuto all’Agenzia delle Entrate è quello in cui un ente si costituisca da subito come Onlus, richiedendo quindi l’iscrizione all’Anagrafe unica delle Onlus: per venire iscritti è necessario infatti non solo avere uno statuto, ma anche aver provveduto alla sua registrazione (ciò è stabilito espressamente dall’articolo 10, comma 1 del d.lgs. 460 del 1997).
Che cos’è il Modello EAS?
Il Modello EAS (“Modello per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini fiscali degli enti associativi”, detto anche e più semplicemente “Modello Enti associativi”) è un documento che la legge 2 del 2009 ha imposto alle associazioni già esistenti ed alle nuove costituite di inviare all’Agenzia delle Entrate. Per gli enti di nuova costituzione l’invio di tale Modello rappresenta il passaggio conclusivo dell’iter di costituzione.
Esso rappresenta una sorta di censimento e si compone di 38 domande, la cui compilazione serve all’Agenzia per capire e monitorare il tipo di attività che l’associazione in questione intende fare, e quindi controllare che essa non sfrutti indebitamente i vantaggi fiscali che il fisco attribuisce agli enti associativi.
Tale modello va trasmesso esclusivamente per via telematica entro 60 giorni dalla costituzione dell’associazione (la data che fa testo, da cui decorre il termine, è quella che si trova sull’atto costitutivo), pena una sanzione di 258 euro: l’invio entro tale termine è inoltre condizione imprescindibile per poter godere dei vantaggi fiscali che l’articolo 148 del D.P.R. 917 del 1986 assegna agli enti associativi, oltre che per poter considerare le quote associative non soggette a tassazione.
Che cos’è un’Organizzazione di volontariato?
L’Organizzazione di volontariato (ODV) è una particolare tipologia di associazione, la quale presenta come condizione essenziale e distintiva l’operatività nel settore della solidarietà sociale, intendendo per “solidarietà” o “fine solidaristico” un’attività rivolta a vantaggio dei terzi e della collettività, prestata volontariamente dai soggetti associati all’ente stesso.
Con la legge 266 del 1991 lo Stato ha conferito alle ODV uno status particolare ed una specifica differenziazione rispetto alle altre associazioni, che deriva dall’importanza riconosciuta all’attività di volontariato svolta a fini di solidarietà, la quale trova peraltro un fondamentale richiamo nell’articolo 2 della nostra Costituzione.
La legge provinciale sul volontariato (legge 8 del 1992), interpretando restrittivamente la legge 266 del 1991, ha stabilito che sono Organizzazioni di volontariato riconosciute dalla Provincia di Trento quelle che “realizzano (…) finalità di carattere educativo-formativo, forme di solidarietà sociale e civile per contrastare l’emarginazione (…), per prevenire e rimuovere situazioni di bisogno”. Da ciò si comprende come l’interpretazione data a livello provinciale abbia limitato l’operatività delle ODV all’area del disagio (di qualsiasi tipo esso sia), ed individuato come destinatari tipici delle attività di tali organizzazioni i soggetti deboli o svantaggiati.
La legge 266 del 1991 ha previsto l’istituzione da parte delle Regioni e delle Province autonome dei registri generali delle ODV, stabilendo che un’associazione diventa a tutti gli effetti Organizzazione di volontariato solo nel momento in cui è iscritta in quei registri territoriali.
In Provincia di Trento l’Ufficio per il volontariato del Servizio Politiche sociali cura la gestione dell’Albo delle Organizzazioni di volontariato, al quale le associazioni che presentano i requisiti richiesti possono fare domanda di iscrizione solo dopo che sia passato un anno dalla loro costituzione.
Come già detto, se non si è iscritti all’Albo non si è Organizzazione di volontariato, e non si può quindi usufruire delle agevolazioni che la legge attribuisce a tale forma associativa.
Una volta che l’associazione è iscritta all’Albo provinciale, ed è quindi ODV a tutti gli effetti, diventa anche Onlus di diritto (ciò sulla base dell’articolo 10, comma, 8 del d.lgs. 460 del 1997).
 
Quali sono i principali requisiti che lo statuto di una Organizzazione di volontariato deve presentare?
La legge 266 del 1991 e la legge provinciale 8 del 1992 dettano alcuni requisiti fondamentali che un’associazione deve obbligatoriamente presentare nel proprio statuto se vuole essere riconosciuta come Organizzazione di volontariato. Tali criteri sono stati poi ulteriormente precisati dalla Commissione provinciale per il volontariato nel 2013.
Fra i più importanti è possibile menzionare anzitutto l’assenza del fine di lucro, che deve essere sancita espressamente nello statuto; strettamente legate a tale principio sono anche l’obbligatoria gratuità delle cariche sociali e delle prestazioni degli aderenti, anch’esse esplicitamente indicate nello statuto.
Vi è poi la necessaria riconducibilità delle attività dell’associazione ad un fine solidaristico: tali organizzazioni devono quindi operare a favore della generalità dei cittadini attraverso attività volte a prevenire situazioni di emarginazione, di disagio e di bisogno socio-economico, o comunque a tutelare diritti primari.
Non possono quindi essere Organizzazioni di volontariato quelle associazioni che si propongono la sola tutela degli associati o dei loro familiari; sono invece iscrivibili all’Albo quelle organizzazioni che erogano servizi, oltre ai terzi, anche ai propri aderenti, purché in condizioni di parità e senza alcun privilegio per questi ultimi.
Dallo statuto deve inoltre risultare il carattere democratico dell’ordinamento interno dell’associazione: ciò significa anzitutto garantire ad ogni cittadino il diritto di potervi aderire presentando domanda di ammissione.
E’ poi la stessa gestione dell’organizzazione che deve essere ispirata ai principi della partecipazione democratica: oltre alla elettività delle cariche sociali è necessario prevedere, ad esempio, la parità di trattamento e di diritti tra i soci, la sovranità dell’Assemblea e l’esclusiva competenza della stessa per le determinazioni di maggior rilievo per la vita dell’organizzazione, forme di tutela delle minoranze, l’assenza di previsioni che impediscano o comunque limitino di fatto l’esercizio dei diritti spettanti agli associati.
La domanda di iscrizione all’Albo provinciale può essere fatta solo dopo un anno dalla costituzione dell’associazione, ed è subordinata al fatto che essa abbia la sede legale in Provincia di Trento, che abbia svolto e svolga la sua attività prevalentemente nel territorio provinciale, e alla presenza di un numero di soci non inferiore a 10.
Per l’iscrizione non è invece richiesta la registrazione dello statuto presso l’Agenzia delle Entrate, il quale può quindi anche avere la forma della semplice scrittura privata.
Che cos’è un’Associazione di promozione sociale?
L’Associazione di promozione sociale (APS) è una particolare forma associativa, caratterizzata dal perseguimento di “finalità di utilità sociale”.
La legge di riferimento, la legge 383 del 2000, non fornisce un elenco tassativo delle attività e dei settori che possono rientrare nell’ambito dell’ “utilità sociale”, ma si limita ad evidenziare come tali organizzazioni devono svolgere un’attività di utilità sociale in favore degli associati (scopo mutualistico) o di terzi (scopo solidaristico).
Il requisito dell’utilità sociale dovrà quindi essere valutato di volta in volta e caso per caso, a seconda degli scopi statutari e delle attività concretamente poste in essere.
L’articolo 7, commi 1 e 2, della legge 383 del 2000 ha previsto l’istituzione di un Registro nazionale delle Associazioni di promozione sociale, tenuto presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al quale si possono iscrivere le APS che hanno carattere nazionale, cioè quelle che svolgono attività in almeno 5 regioni ed in almeno 20 province del territorio. Associazioni che presentano queste caratteristiche, e che sono iscritte al Registro nazionale, sono ad esempio Libera, le Acli, l’Arci, l’Ancescao.
Il comma 3 dell’articolo 7 della legge 383 del 2000 ha comunque previsto che sono iscritti in automatico al Registro nazionale anche le sezioni territoriali e i circoli affiliati alle associazioni a carattere nazionale.   
Infine, il comma 4 dell’articolo 7 della legge 383 del 2000 ha istituito anche i Registri di carattere regionale e provinciale: in Provincia di Trento l’Ufficio per il volontariato del Servizio Politiche sociali cura e gestisce il Registro provinciale delle Associazioni di promozione sociale, al quale si può fare domanda di iscrizione solo dopo che sia trascorso un anno dalla costituzione dell’associazione.
Solo un’associazione iscritta nei Registri, nazionale o provinciale, può essere considerata APS a tutti gli effetti e quindi usufruire dei vantaggi che la legge assegna a tale forma associativa.
Una volta iscritta al Registro, una APS non diventa Onlus di diritto.
 
 
 
Quali sono i principali requisiti che lo statuto di una Associazione di promozione sociale deve presentare per essere iscritta al Registro provinciale?
Per essere iscrivibile al Registro provinciale delle Associazioni di promozione sociale (APS) una associazione deve anzitutto perseguire scopi di utilità sociale, a favore di associati o di terzi: i settori di intervento sono vari (cultura, sport, aggregazione, arte, ricerca etica e spirituale) ed assumono come denominatore comune l’innalzamento del benessere e della qualità della vita dei soggetti beneficiari dell’attività, non essendo comunque necessario che questi si trovino in condizione di disagio o bisogno.
Requisito fondamentale è ovviamente l’assenza di finalità lucrative e quindi il divieto di distribuire utili (anche in modo indiretto), che va espressamente previsto nello statuto dell’ente.
Altra caratteristica fondamentale di un’APS è la democraticità dell’ordinamento interno e della gestione della stessa, la quale si concretizza nel diritto per ogni cittadino di potervi aderire, nella parità di trattamento fra i soci e nell’uguaglianza dei loro diritti, oltre che nella previsione dell’elettività delle cariche associative e della necessaria gratuità delle stesse.
La domanda di iscrizione al Registro provinciale può essere fatta solo dopo un anno dalla costituzione dell’associazione, nel quale si deve dimostrare di aver svolto un certo tipo di attività collegata al concetto di “utilità sociale”; ulteriore requisito è che l’ente abbia la sede legale in Provincia di Trento.
Per l’iscrizione non è invece richiesta la registrazione dello statuto, il quale può quindi anche avere la forma della semplice scrittura privata.

Che cos’è una Onlus?
L’Organizzazione non lucrativa di utilità sociale (Onlus) è stata introdotta dalla normativa tributaria, ed è quindi una qualifica che rileva a fini fiscali.
La Onlus è un sottoinsieme del più vasto insieme degli enti non commerciali ed ha come requisito fondamentale l’esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale: in altre parole, queste organizzazioni devono rivolgere la loro attività esclusivamente nei confronti di soggetti deboli o svantaggiati in ragione di condizioni fisiche, psichiche, economiche, sociali o familiari.
Per quanto riguarda le associazioni esse possono acquisire la qualifica di Onlus se, oltre a svolgere attività nel campo della solidarietà sociale, redigono lo statuto nella forma dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata o registrata.
Lo statuto deve quindi almeno essere registrato presso l’Agenzia delle Entrate, e deve inoltre contenere tutta una serie di requisiti, elencati all’articolo 10, comma 1, del d.lgs. 460 del 1997.
Condizione necessaria per acquisire la qualifica, e quindi beneficiare delle agevolazioni fiscali previste dal decreto legislativo 460 del 1997, è l’iscrizione all’Anagrafe unica delle Onlus, la quale avviene tramite una comunicazione alla Direzione regionale dell’Agenzia delle entrate competente: se entro 40 giorni dall’invio della comunicazione l’Agenzia non fa pervenire un rifiuto, l’associazione si intende automaticamente iscritta all’Anagrafe unica.
Le associazioni che acquistano la qualifica di Onlus tramite questa strada sono definite Onlus di opzione.
Per alcune associazioni l’articolo 10, comma 8, del d.lgs. 460 del 1997 prevede l’acquisizione automatica della qualifica di Onlus, senza necessità di rispettare la procedura appena vista: tali sono però solamente le Organizzazioni di volontariato (ODV) iscritte negli albi provinciali e le Organizzazioni non governative (ONG) riconosciute dal Ministero degli Esteri, le quali sono definite Onlus di diritto.
 
Che cos’è un’Associazione culturale?
Un’Associazione culturale è la figura “residuale” e generica di associazione: è tale cioè un’associazione che non è collocabile nelle altre tipologie associative previste dalla legge, e che quindi non compare nei Registri provinciali in quanto Organizzazione di volontariato o Associazione di promozione sociale, non è iscritta all’Anagrafe unica delle Onlus e non è nemmeno inserita nel Registro telematico del Coni in quanto Associazione sportiva dilettantistica.
Pur non avendo un proprio albo di riferimento, l’Associazione culturale può comunque svolgere le sue attività nei più diversi settori: cultura, sport, aggregazione, arte, ricerca etica e spirituale, ricreazione ed intrattenimenti, solo per menzionarne alcuni.

Che cos’è un comitato? Quali sono le differenze fra comitato e associazione?
Il comitato è un’altra tipologia di ente non profit, prevista dagli articoli da 39 a 42 del codice civile.
La scarsità e lacunosità della disciplina codicistica ha portato a sollevare parecchie domande in relazione alla figura del comitato, la quale si presenta per alcuni aspetti analoga all’associazione e per altri alla fondazione.
Il comitato è un’organizzazione di persone che, mediante la raccolta pubblica di fondi, intendono perseguire scopi specifici (e solitamente circoscritti) di interesse generale: essi possono consistere, ad esempio, in opere di soccorso, di beneficenza, o ancora relative alla promozione di opere pubbliche, monumenti, mostre o feste. 
L’elemento patrimoniale è quindi fondamentale in un comitato, così come lo è nella fondazione: il patrimonio, costituito dalle offerte dei terzi per il raggiungimento dello scopo annunciato, è amministrato dai promotori, i quali possono essere sia persone fisiche che persone giuridiche.
Se ci si chiede però quale sia la reale natura giuridica dei comitati sembra ragionevole farli rientrare nel campo dell’associazionismo: ciò poiché il legame associativo fra i promotori emerge proprio dalla loro volontà di unirsi nel comitato per il raggiungimento di uno scopo comune, il quale non consiste nella semplice raccolta di fondi bensì, ad esempio, nella beneficenza, nel soccorso, nei festeggiamenti.
L’elemento personale è quindi quello fondamentale e caratterizzante la figura del comitato, che quindi, pur con le sue peculiarità, può essere fatta rientrare nell’ambito delle associazioni.
E ciò è confermato dal fatto che il tipico carattere temporaneo del comitato (il quale dovrebbe durare fino al raggiungimento dello scopo per cui è nato, e poi sciogliersi) può essere superabile da una decisione dei promotori, i quali possono prorogarne la durata in modo indefinito, rendendolo così simile in tutto e per tutto ad un’associazione.
  
 
Adempimenti e agevolazioni

E’ obbligatorio per un’associazione aprire un conto corrente?
Non vi è per un’associazione un vero e proprio obbligo di legge relativo all’apertura di un conto corrente: qualora infatti l’ente non intenda gestire denaro in alcun modo esso può anche non aprire un conto in banca.
Di solito però un’associazione, anche di piccole dimensioni, ha a che fare con movimentazioni finanziarie, e l’apertura di un conto corrente consente di tenere ben tracciati i movimenti di denaro che riguardano l’organizzazione, oltre che di separare nettamente il patrimonio dell’ente da quello dei singoli soci evitando di generare confusione tra i due.
Se l’associazione intende fare operazioni in denaro è quindi praticamente indispensabile aprire un conto corrente: tenendo inoltre presente che se l’organizzazione decidesse di far transitare tutte le operazioni dal conto corrente intestato, il riepilogo di quest’ultimo costituirebbe già una sorta di registro di prima nota, sulla base del quale costruire il rendiconto economico annuale.

Quali sono i libri sociali che un’associazione deve tenere?
Pur non essendovi nel codice civile alcun obbligo specifico relativo alla tenuta dei libri sociali, da una lettura sistematica delle disposizioni relative alle associazioni riconosciute e non riconosciute (articoli da 14 a 42 del codice) si può ricavare come sia comunque indispensabile per ogni ente associativo tenere le seguenti scritture sociali
-il libro soci;
-il libro verbali delle adunanze dell’Assemblea;
-il libro verbali delle adunanze del Consiglio Direttivo;
-il libro verbali delle adunanze del Collegio dei Revisori (qualora tale organi sia previsto nello statuto: a differenza di Assemblea e Consiglio Direttivo, il Collegio dei Revisori è infatti un organo meramente facoltativo nelle associazioni).
La tenuta corretta di tali libri è infatti necessaria per rendere conto ai soci e ai terzi di quale sia in un determinato momento la composizione dell’associazione e che tipo di attività essa stia svolgendo, rispettando i principi di correttezza e trasparenza nella gestione della stessa.
Nel libro soci verranno annotati dati e informazioni relativi agli associati, quali: il nome e il cognome; la residenza; il codice fiscale; la data di assunzione della qualifica di socio, e quella della eventuale cessazione del rapporto associativo; le quote associative pagate; eventuali altre informazioni utili che l’associazione ritiene di richiedere e di conservare.
Nei verbali delle adunanze dell’Assemblea, del Consiglio Direttivo e del Collegio dei Revisori andranno invece necessariamente riportate le seguenti informazioni: la data in cui si è svolta l’adunanza; l’elenco dei presenti; l’ordine del giorno; il resoconto della discussione avvenuta, mettendone in luce i punti salienti; le deliberazioni finali adottate.
Non vi è alcun obbligo di vidimare le scritture menzionate in precedenza.
Quali sono le scritture contabili che un’associazione deve tenere?
 
 
Va preliminarmente ricordato che dal punto di vista fiscale le associazioni sono definite come enti non commerciali, e rimangono tali fin quando l’attività commerciale non sia esercitata in via esclusiva o principale rispetto all’attività istituzionale.
Nel momento in cui l’attività commerciale diventi prevalente su quella istituzionale, l’associazione diventa un ente commerciale a tutti gli effetti.
L’articolo 20 del codice civile prevede l’obbligo per ogni associazione di approvare un bilancio annuale.
Il sistema contabile scelto per adempiere a tale obbligo dipende però dalla dimensione dell’associazione e dal tipo di attività che essa svolge.
Gli enti non commerciali di piccole dimensioni che svolgono solo attività istituzionale possono limitarsi a tenere un rendiconto delle entrate e delle uscite tramite un semplice registro di prima nota o un libro giornale a partita semplice con le voci delle entrate e delle uscite.
Nel momento in cui l’associazione svolga attività commerciale non di tipo occasionale bensì abituale, scatta l’obbligo di tenere le scritture contabili previste dall’articolo 14 e seguenti del D.P.R. 600 del 1973, che sono:
-il libro giornale e il libro degli inventari;
-i registri prescritti ai fini dell’Iva (fatture emesse, acquisti, corrispettivi);
-le scritture ausiliarie per la registrazione degli elementi patrimoniali e reddituali;
-le scritture ausiliarie di magazzino;
-il registro dei beni ammortizzabili.
Le Associazioni sportive dilettantistiche ed in generale le associazioni senza scopo di lucro che abbiano aperto Partita Iva possono optare per il regime agevolato previsto dalla Legge 398 del 1991, il quale esonera dalla tenuta delle scritture contabili appena menzionate e consente di calcolare il reddito imponibile e l’Iva dovuta secondo criteri forfettari.
Nell’ipotesi di esercizio abituale di attività commerciale, l’articolo 144 comma 2 del D.P.R. 917 del 1986 impone alle associazioni di tenere la contabilità separata dell’attività istituzionale e di quella commerciale svolta. Tale separazione può avvenire in due modi diversi:
adottando due sistemi contabili diversi (uno per l’attività commerciale e uno per quella istituzionale);
oppure individuando nel bilancio complessivo dell’ente appositi conti o sottoconti che evidenzino la natura istituzionale o commerciale dell’attività.
E’ forse preferibile questa seconda opzione, la quale consente di rilevare in un unico schema contabile tutte le operazioni dell’ente.
Quali sono le associazioni obbligate a tenere un registro dei volontari? E quali sono quelle che per legge devono assicurare i propri volontari?
Solamente le Organizzazioni di volontariato (ODV) iscritte all’Albo provinciale devono tenere il registro degli aderenti che prestano attività a titolo di volontariato: ciò lo prescrive l’articolo 3 del D.M. 14 febbraio 1992, il quale prevede inoltre che il registro debba essere numerato progressivamente in ogni pagina e vidimato, cioè bollato in ogni foglio da un notaio o da altro pubblico ufficiale a ciò abilitato.
Generalmente è possibile trovare presso gli uffici comunali personale preposto allo svolgimento di tali funzioni in maniera pressoché gratuita.
Il registro va aggiornato continuamente, e deve contenere l’elenco di tutti i soggetti che prestano attività di volontariato all’interno dell’associazione, ed in particolare: le generalità complete; il luogo e la data di nascita; la residenza; l’indicazione del fatto che il volontario sia ancora attivo o meno all’interno dell’associazione.
Sempre per le ODV, l’articolo 4 della legge 266 del 1991 ha previsto l’obbligo di assicurare i propri volontari: tutte le persone che sono iscritte nel registro dei volontari, e che sono effettivamente attive all’interno dell’associazione, devono quindi essere assicurate, mentre non è obbligatorio assicurare i soci “passivi” o “inerti”, cioè coloro che si limitano a partecipare alla vita associativa senza però prestare la propria attività di volontariato nell’organizzazione.
La polizza assicurativa deve coprire:
- gli infortuni e le malattie connessi allo svolgimento dell’attività di volontariato;
- i danni causati a terze persone (ad esempio gli utenti o i beneficiari dell’attività di volontariato) dai volontari nello svolgimento del loro servizio.
Per tutte le altre associazioni, diverse dalle ODV, non vi è invece alcun obbligo legale di tenere un registro dei volontari, e nemmeno di assicurare questi ultimi.

I soci di una Organizzazione di volontariato possono essere retribuiti? E quelli di una Associazione di promozione sociale?
 L’articolo 3, comma 1, della legge 266 del 1991 afferma che un’Organizzazione di volontariato (ODV) è tale solo se si avvale “in modo determinante e prevalente delle prestazioni personali, volontarie e gratuite dei propri aderenti”.
Il termine “aderenti” viene comunemente inteso nel senso di “associati”.
Fra i criteri di iscrizione all’Albo provinciale del volontariato la Provincia di Trento ha posto il divieto assoluto per le Organizzazioni di volontariato di retribuire i propri soci, ammettendo comunque la possibilità di assumere dipendenti e altri collaboratori stipendiati fra i soggetti non soci (e sempre che l’apporto del personale volontario permanga rilevante).
Il fatto che una ODV retribuisca i propri soci a qualunque titolo è causa di cancellazione immediata dall’Albo provinciale e conseguente perdita dei benefici che la legge assegna alle Organizzazioni di volontariato.
Per quanto riguarda invece le Associazioni di promozione sociale (APS), l’articolo 18 della legge 383 del 2000 prevede al primo comma che tali organizzazioni devono avvalersi in modo prevalente delle prestazioni volontarie, libere e gratuite dei propri associati; al seconda comma è però prevista, in caso di particolare necessità, la possibilità di assumere lavoratori dipendenti o avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo, anche ricorrendo ai propri associati.
Da ciò si ricava come, a differenza di quanto è previsto per le ODV, le APS possono retribuire i propri soci per l’attività che essi svolgono all’interno dell’associazione.
Che rapporto vi deve essere tra soggetti volontari e soggetti retribuiti nelle Organizzazioni di volontariato?
Mentre la legge 266 del 1991 parla in generale di “prevalenza” dell’attività di volontariato svolta dagli aderenti in una Organizzazione di volontariato (ODV), l’articolo 2, comma 4, della legge provinciale sul volontariato (legge 8 del 1992) ribadisce che le ODV si possono avvalere di prestazioni di lavoro autonomo o dipendente (provenienti da soggetti terzi, mai da soci), “purché l’apporto del personale volontario permanga rilevante”.
I criteri di iscrizione all’Albo provinciale del volontariato hanno declinato il requisito della “rilevanza” su due aspetti:
- quello del numero di volontari attivi (soci e non soci), stabilendo che essi devono rappresentare almeno il 60% delle persone che collaborano nell’organizzazione a vario titolo (su 10 persone che collaborano con l’ente, almeno 6 devono essere volontari);
- quello del numero di ore annue prestate dai volontari, che deve essere almeno il 40% del monte ore complessivo effettuato da tutte le persone che collaborano a vario titolo nelle attività dell’organizzazione.
Il mancato rispetto di tali requisiti è causa di cancellazione dall’Albo provinciale e di conseguente perdita dei benefici che la legge assegna alle ODV.
Quali sono i principali vantaggi di cui gode una Organizzazione di volontariato?
Va anzitutto ricordato che si diventa Organizzazione di volontariato (ODV) solo dopo che, trascorso un anno dalla costituzione, si viene iscritti nell’Albo provinciale: tale iscrizione è così requisito indispensabile per poter accedere ai benefici disposti dalla legge.
I principali benefici e agevolazioni previsti per le ODV sono:
- ex articolo 8, comma 1, della legge 266 del 1991, l’esenzione dal pagamento dell’imposta di bollo e di registro in relazione agli atti costitutivi e a quelli successivi, connessi allo svolgimento delle attività di tali organizzazioni;
- la possibilità, ex articolo 6 comma 2 della legge 266 del 1991, di accedere ai contributi pubblici destinati alle ODV (ad esempio, finanziamento di progetti da parte della Provincia o del Centro Servizi Volontariato);
- la possibilità, ex articolo 7 comma 1 della legge 266 del 1991, di stipulare convenzioni con enti pubblici;
- la possibilità di ricevere il cinque per mille;
- le agevolazioni sulle erogazioni liberali che le persone fisiche o giuridiche fanno all’associazione: le somme versate possono infatti essere detratte o dedotte (secondo criteri specifici fissati dal D.P.R. 917 del 1986) in sede di dichiarazione dei redditi a vantaggio dei soggetti che hanno operato la donazione. 
Si ricorda infine che una Organizzazione di volontariato iscritta nell’Albo provinciale acquista automaticamente la qualifica di Onlus.
 
Un’Organizzazione di volontariato può svolgere attività commerciale?
Il D.M. 25 maggio 1995 prevede la possibilità per le Organizzazioni di volontariato (ODV) di svolgere attività commerciale di tipo “marginale.
Il Decreto fornisce quindi un elenco delle attività commerciali e produttive che possono essere considerate marginali, che sono:
-L’attività di vendita occasionali o iniziative occasionali di solidarietà, svolte nel corso di celebrazioni o ricorrenze, o in concomitanza a campagne di sensibilizzazione pubblica verso i fini istituzionali dell' organizzazione di volontariato;
-L’attività di vendita di beni acquisiti da terzi a titolo gratuito, oppure prodotti dagli assistiti e dai volontari, sempre che la vendita sia curata direttamente dall’organizzazione senza alcun intermediario;
-L'attività di somministrazione di alimenti e bevande in occasione di raduni, manifestazioni o celebrazioni, che abbiano carattere occasionale;
- Le attività di prestazione di servizi rese in conformità alle finalità istituzionali (quindi previste nello statuto) dell’ente, dietro pagamento di corrispettivi che però non possono superare del 50% i costi di diretta imputazione.
Il D.M. 25 maggio 1995 considera non tassabili (sia a fini reddituali che a fini Iva) i proventi derivanti dalle attività appena menzionate, ma solo se:
- tali attività non siano organizzate in forma di impresa: esse devono cioè essere svolte senza utilizzare mezzi organizzati professionalmente a fini di concorrenza sul mercato (quali, ad esempio, la pubblicità dei prodotti realizzati dall’associazione e l’uso di marchi distintivi di essa);
- I proventi realizzati devono essere impiegati per la realizzazione delle attività istituzionali dell’ente, e ciò deve essere appositamente documentato. 
- La gestione delle attività menzionate va fatta osservando alla lettera quanto indicato, e in particolare rispettando il carattere occasionale delle raccolte pubbliche di fondi e rendicontando le stesse in conformità a quanto la legge prescrive (la norma di riferimento è l’articolo 20, comma 2, del D.P.R. 600 del 1973).
Se l’attività svolta dovesse invece uscire dal perimetro della marginalità e si configurasse a tutti gli effetti come commerciale (con la necessità quindi di aprire una partita Iva), la conseguenza per l’associazione sarebbe la perdita della qualifica di Onlus e la cancellazione dall’Albo provinciale delle Organizzazioni di volontariato.     
 
Quali sono i principali vantaggi di una Associazione di promozione sociale rispetto ad una semplice Associazione culturale?
Un’Associazione di promozione sociale (APS) diventa tale solo nel momento in cui è iscritta nel Registro provinciale delle APS, ed è possibile richiedere l’iscrizione in tale Registro solo dopo che è passato un anno dalla costituzione dell’associazione.
L’Associazione culturale è invece la figura residuale di associazione, che si caratterizza per il fatto di non essere iscritta in alcun albo o registro provinciale di riferimento.
I vantaggi ulteriori di cui gode una APS rispetto ad una Associazione culturale sono principalmente due:
- la possibilità di ricevere il cinque per mille;
- la possibilità di usufruire dei vantaggi fiscali legati alle erogazioni liberali che le persone fisiche o giuridiche decidano di operare nei confronti dell’Associazione, le quali possono essere detratte o dedotte (secondo criteri specifici elencati nel D.P.R. 917 del 1986) in sede di dichiarazione dei redditi a vantaggio dei soggetti che hanno fatto la donazione.
L’attività svolta da un’associazione che organizza corsi facendo pagare ai soci un corrispettivo mensile è considerata commerciale?
Ex articolo 148 comma 3 del T.U.I.R. (Testo Unico delle imposte sui redditi, ovvero D.P.R. 917 del 1986) non sono considerate commerciali le attività svolte dalle associazioni nei confronti dei propri associati dietro corrispettivo, sempre che esse siano conformi alle finalità istituzionali previste nello statuto dell’ente.
Affinché tale de-commercializzazione delle somme ricevute dagli associati operi è però necessario che lo statuto dell’associazione sia stato redatto per atto pubblico o per scrittura privata autenticata o registrata (è quindi sufficiente che lo statuto sia stato registrato presso l’Agenzia delle Entrate), e che esso contenga le seguenti clausole (previste dall’articolo 148, comma 8 del T.U.I.R.):
- il divieto di distribuzione, anche in modo indiretto, degli utili o degli avanzi di gestione;
- l’obbligo di devolvere il patrimonio dell'ente, in caso di suo scioglimento per qualunque causa, ad altra associazione con finalità analoghe o a fini di pubblica utilità;
- una disciplina uniforme del rapporto associativo, escludendo espressamente la temporaneità della partecipazione alla vita associativa, e prevedendo per gli associati o partecipanti maggiori d'età il diritto di voto per l'approvazione e le modificazioni dello statuto, e per la nomina degli organi direttivi dell'associazione;
- l’obbligo di redigere e di approvare annualmente un rendiconto economico e finanziario;
- l’eleggibilità libera degli organi amministrativi, il principio del voto singolo, la sovranità dell'assemblea dei soci e i criteri di loro ammissione ed esclusione, la previsione di criteri e idonee forme di pubblicità delle convocazioni assembleari, delle relative deliberazioni, dei bilanci o rendiconti;
- l’intrasmissibilità della quota o contributo associativo, ad eccezione dei trasferimenti a causa di morte, e la non rivalutabilità della stessa.
Ulteriore fondamentale condizione per la de-comercializzazione di quei proventi  è l'invio del Modello EAS.
Se lo statuto contiene le clausole elencate, e il Modello EAS è stato inviato, allora siamo in presenza di un ente associativo privilegiato, il quale si può appunto avvalere della de-commercializzazione dei corrispettivi resi dagli associati per le attività compiute nei confronti di questi ultimi.
Se invece l’associazione propone corsi anche a terzi non soci, l’attività nei confronti di essi è considerata commerciale, e dovranno quindi essere messi in atto tutti gli adempimenti prescritti dalla legge (in primis l’apertura della Partita Iva).
 
E’ possibile riconoscere il rimborso delle spese a coloro che partecipano alle attività di una associazione a titolo di volontariato?
La risposta al quesito è sicuramente affermativa.
Nonostante che solo la legge 266 del 1991 sulle Organizzazioni di volontariato (ODV) preveda espressamente la possibilità per di rimborsare al volontario le spese effettivamente sostenute per l'attività prestata, tale disposizione può essere estesa a tutti gli altri tipi di associazione.
E’ opportuno che il volontario presenti una richiesta di rimborso in cui siano dettagliate in modo analitico le spese effettivamente sostenute, ed è solitamente il Consiglio Direttivo che stabilisce preventivamente con proprio regolamento quali possono essere le spese rimborsabili. Per quanto riguarda, ad esempio, i viaggi con la propria automobile, si possono utilizzare le tabelle ACI per calcolare l’importo dei rimborsi a coloro che utilizzano il proprio veicolo per conto dell’associazione.
Le spese sostenute dal volontario nell'interesse dell'organizzazione, da questa rimborsate, sono esenti da qualsiasi ritenuta fiscale e previdenziale.
 

Che cos’è una raccolta pubblica di fondi? Come ci si deve comportare nel caso si volesse organizzarne una
Le raccolte pubbliche di fondi sono previste dall’articolo 143, comma 3, lettera a) del T.U.I.R. (D.P.R. 917 del 1986), e rappresentano uno strumento fondamentale per gli enti non commerciali (quindi non solo per le associazioni ma anche per gli altri enti non profit, come ad esempio i comitati) al fine di reperire risorse economiche per finanziare lo svolgimento delle proprie attività istituzionali.
In tali occasioni è possibile effettuare una forma di vendita sotto offerta di beni di modico valore o servizi ai sovventori, e le somme ricevute sono esenti da qualsiasi forma di tassazione. La norma menzionata in precedenza ricollega però l’esclusione dell’imposizione tributaria al rispetto di alcune tassative condizioni:
- anzitutto, la raccolta di fondi deve avvenire in occasioni di manifestazioni pubbliche, e in particolare di celebrazioni, ricorrenze o campagne di sensibilizzazione (fra le quali rientrano, ad esempio, le tradizionali sagre di paese);
- altro requisito fondamentale è che tali raccolte devono avere carattere occasionale: il che significa non più di 2, massimo 3 volte, l’anno.
Dal punto di vista operativo, qualora la raccolta di fondi preveda l’occupazione di spazi pubblici, come piazze o strade, l’associazione interessata dovrà anzitutto chiedere le opportune autorizzazioni all’ente pubblico e alle altre agenzie competenti (ad esempio la SIAE, nel caso sia prevista la realizzazione di spettacoli con diffusione di musica o comunque di opere protette dal diritto di autore), oltre che ovviamente pagare gli eventuali costi legati all’occupazione delle aree pubbliche.
Una volta conclusa la raccolta, l’articolo 20 comma 2 del D.P.R. 600 del 1973 impone agli enti non commerciali di redigere un apposito rendiconto della manifestazione, dal quale devono risultare le entrate e le uscite relative alla stessa, oltre ad una sintetica relazione illustrativa e descrittiva dell’evento.
Tale rendiconto deve essere redatto entro 4 mesi dalla chiusura dell’esercizio sociale, in modo indipendente dal rendiconto annuale, e deve essere conservato fra le scritture contabili dell’associazione.
 
 
 
 
Vita associativa
Quali sono gli organi fondamentali in un’associazione?
Gli organi fondamentali e necessari in un’associazione sono due: l’Assemblea e il Consiglio Direttivo.
L’Assemblea è l’organo sovrano dell’ente, riunisce tutti gli associati e si occupa di prendere le decisioni fondamentali per l’indirizzo della vita associativa.
In particolare, fra i compiti più importanti dell’Assemblea vi sono quelli di:
discutere ed approvare il bilancio o rendiconto consuntivo, il quale è predisposto dal Consiglio Direttivo;
elaborare il programma delle attività sociali;
eleggere gli organi sociali;
deliberare sui ricorsi contro i provvedimenti di diniego di adesione e di esclusione dall’Associazione.
Ex articolo 20, comma 1, del codice civile, l’Assemblea deve essere convocata almeno una volta l’anno dal Consiglio Direttivo per l’approvazione del bilancio secondo il termine previsto dallo Statuto (o, in mancanza, entro 4 mesi dalla chiusura dell’esercizio sociale).
Il Consiglio Direttivo è invece l’organo esecutivo dell’ente, che si occupa della gestione concreta e quotidiana della vita associativa.
Spetta al Consiglio Direttivo il compito della gestione ordinaria e straordinaria dell'Associazione, in base alle direttive ricevute dall'Assemblea.
Altro compito fondamentale del Consiglio Direttivo è quello di redigere annualmente il progetto di bilancio o rendiconto consuntivo, da sottoporre poi all’Assemblea per l’approvazione.
Pur non essendoci nulla di rigidamente stabilito dalla legge, il Consiglio Direttivo si riunisce a intervalli regolari durante l’anno, sulla base di quanto è stabilito nello Statuto e comunque in occasione di decisioni importanti riguardanti la vita associativa.
Il Collegio dei Revisori dei Conti (organo di controllo contabile) e il Collegio dei Probiviri (organo di garanzia per quanto riguarda il rispetto dello Statuto sociale) sono organi meramente facoltativi, e quindi lo Statuto dell’ente li può prevedere o meno.
 
 
Quali sono le modalità per convocare l’Assemblea e il Consiglio Direttivo? E’ necessaria la redazione di un verbale per ogni riunione?
Le modalità di convocazione dell’Assemblea sono generalmente stabilite nello Statuto dell’associazione, ed è quindi ad esso che occorre fare riferimento.
Occorre, in sostanza, comunicare ai soci e ai membri del Consiglio Direttivo la data, il luogo, e l’ordine del giorno in cui si terrà la riunione assembleare.
Tale comunicazione può avvenire a mezzo di lettera raccomandata, fax, email o altri mezzi espressamente indicati nello Statuto: l’importante è che tali mezzi consentano la prova dell’avvenuto invito a partecipare.
E’ importante inoltre prevedere che tra la data della comunicazione e quella dell’Assemblea o del Consiglio Direttivo debba trascorrere un certo lasso di tempo, utile ai destinatari a prendere conoscenza della imminente riunione assembleare o consiliare.
Ogni adunanza, dell’Assemblea e del Consiglio Direttivo, deve sempre risultare da un verbale redatto in forma scritta, sottoscritto dal Presidente e dal Segretario verbalizzante, e riportato all’interno del libro dei verbali delle adunanze dell’Assemblea e del Consiglio Direttivo.
All’interno dei verbali vanno riportati tutti i dati necessari ad identificare gli argomenti trattati e le deliberazioni adottate.
 
Qual è il procedimento per ammettere nuovi soci?
Una persona può diventare socio di un’associazione sia partecipando direttamente alla stipula dell’atto costitutivo nel caso di nuova costituzione (come socio “fondatore”), oppure aderendo ad un’organizzazione già esistente (come socio “ordinario”).
Il procedimento per ammettere un nuovo socio è di solito stabilito nello Statuto dell’ente, ed è quindi ad esso che bisogna anzitutto guardare (ricordiamo che lo Statuto, in quanto atto contrattuale, è legge fra le parti, e deve quindi essere rigorosamente rispettato da parte di coloro che fanno parte dell’associazione).
Proponiamo qui un procedimento standard di ammissione, in cui l’aspirante socio presenta una domanda di ammissione (di solito è una scheda già predisposta, contenente anche la normativa sulla privacy) al Consiglio Direttivo, il quale è solitamente l’organo che deve pronunciarsi sulla richiesta.
Qualora il Consiglio decidesse per l’esclusione, rigettando quindi la domanda, il rifiuto deve essere motivato, e all’aspirante socio deve comunque essere concessa la possibilità di fare appello all’Assemblea affinché essa decida in via definitiva sulla questione.
Se invece, come avviene nella stragrande maggioranza dei casi, la domanda venisse accolta dal Consiglio Direttivo, esso deve immediatamente procedere ad annotare nel Libro soci i dati del nuovo soggetto (non è invece obbligatorio rilasciare alcun tipo di tessera di appartenenza all’organizzazione).
A questo punto, il socio versa l’importo eventualmente stabilito per la quota associativa annuale, acquistando tutti i diritti collegati alla qualifica di associato.
 
 
 
 
 
Situazioni “straordinarie”
Come si fa a modificare lo Statuto?
Il procedimento per modificare lo Statuto è quasi sempre stabilito dallo stesso Statuto dell’associazione, ed è quindi a questo che occorre anzitutto fare riferimento.
La modifica dello Statuto è di solito di competenza dell’Assemblea straordinaria, di cui viene generalmente specificato sia il quorum costitutivo (ovvero il numero di soci che devono essere presenti affinché la riunione possa considerarsi valida) sia il quorum deliberativo (cioè il numero minimo di voti favorevoli necessario per la validità della delibera). 
La modifica dello Statuto richiede generalmente delle maggioranze aggravate, vista la delicatezza dell’argomento: si vuole infatti modificare quella che è la vera “costituzione” dell’ente.
L’articolo 21, comma 2, del codice civile (che si applica alle associazioni riconosciute ma che può essere per analogia applicato anche a quelle non riconosciute) richiede la presenza di almeno 3/4 dei soci (quorum costitutivo) e il voto favorevole della maggioranza dei presenti (quorum deliberativo).
Lo Statuto può comunque stabilire dei quorum più bassi a quello appena menzionato.
Lo Statuto modificato deve poi essere nuovamente registrato, solitamente presso l’Agenzia delle Entrate: la registrazione è gratuita per le Organizzazioni di volontariato iscritte all’Albo provinciale; le Onlus (iscritte all’Anagrafe Unica) pagano l’imposta di registro ma non quella di bollo; tutte le altre associazioni pagano sia l’imposta di registro che quella di bollo.
Insieme al nuovo Statuto occorre allegare anche il verbale dell’Assemblea straordinaria che ha stabilito le modifiche statutarie: la registrazione serve proprio anche a dare data certa a tale delibera. 
 
Quali sono le procedure per sciogliere un’associazione?
Per sciogliere un’associazione è anzitutto necessario convocare un’Assemblea straordinaria, secondo quanto previsto dallo Statuto, affinché deliberi lo scioglimento dell’ente e la nomina del liquidatore, che può essere anche uno degli amministratori in carica. Secondo l’articolo 21, comma 3, del codice civile, la delibera di scioglimento è valida se è presa con il voto favorevole di almeno 3/4 degli associati: pur essendo tale norma dettata per le associazioni con personalità giuridica, si ritiene che essa sia applicabile per analogia anche alle associazioni prive di personalità giuridiche, nei cui Statuti non è quindi possibile prevedere quorum più bassi. Il verbale assembleare contenente la delibera di scioglimento e la nomina del liquidatore deve essere comunicato a tutti gli uffici pubblici di riferimento per l’ente (ad esempio, alla Provincia se l’associazione è una Organizzazione di volontariato o un’Associazione di promozione sociale iscritta nei registri provinciali; oppure all’Agenzia delle Entrate, qualora l’ente sia dotato di Partita Iva). Dalla data della delibera di scioglimento prende avvio la fase di liquidazione, che ha come scopo quello di determinare il patrimonio dell’associazione, pagare eventuali debiti residui, ed infine devolvere l’eventuale patrimonio residuo ad altra associazione con finalità analoghe o a fini di pubblica utilità (l’ente a cui devolvere l’eventuale patrimonio residuo è opportuno sia individuato già all’interno della delibera di scioglimento). Una volta devoluto il patrimonio residuo, rimane soltanto da chiudere il conto corrente bancario, chiudere il codice fiscale presso l’Agenzia delle Entrate e comunicare l’estinzione agli uffici competenti (alla Provincia, qualora l’associazione sia un’Organizzazione di volontariato o una Associazione di promozione sociale; all’Agenzia delle Entrate se si tratta di Onlus; alla Federazione o all’ente di promozione sportiva di riferimento se si tratta di Associazione sportiva dilettantistica).